L'anno che verrà

Manca poco, davvero poco al 31 dicembre, al nuovo anno quindi. La notte di San Silvestro che io ho sempre collegato ad un gatto un po' maldestro chiude l'anno vecchio entrando a colpi di lenticchie, zamponi e fuochi d'artificio nell'anno "che verrà". Che si spera sempre, a prescindere, sia quello migliore.

Migliore di quello appena finito e quello che nel nostro caso sta finendo basta davvero poco per migliorarlo, per apportare quella miglioria decisiva che dia il la alla parola pace, tregua, fine.

Ma la fine sarà l'inizio di un nuovo percorso, di pace appunto? Pace che al netto della contabilità mediatica del presidente americano potrebbe, soprattutto dovrebbe, riguardare tanto l'Europa quanto Africa ed Asia.

I colloqui di pace ripresi in questa coda dell'anno fra Russia ed Ucraina con il contorno di volenterosi, americani, cinesi alla finestra sembrano sempre arrivare ad un punto di incontro salvo poi bloccarsi, saltare per cavilli, capricci, accuse reciproche, fondate o meno che centrano sempre il bersaglio.

E il bersaglio in questo caso è il rinviare ancora ed ancora la firma, l'accordo che arrivati a questo punto della storia (maiuscola o minuscola che sia) noi che osserviamo ed aspettiamo preparandoci indecisi al veglione dell'ultimo giorno dell'anno, siamo per scontato non avverrà mai.

Mai perché in fondo lo stato delle cose al confine orientale dell'Europa è diverso da quanto successo, non successo, in Israele, a Gaza (ma pure Libano e Siria e Cisgiordania) perché oltre all'aspetto bellico conta l'aspetto economico, finanziario soprattutto.

E se sulla sponda medio orientale del Mediterraneo l'interesse primario più che la terra promessa riguarda la terra edificabile che interessa a molti e che Israele deve avere promesso a terzi.

E se si parla di terra inevitabile non collegarci con il pensiero agli Usa, alle terre rare (gruppo di minerali assurto a minerale di interesse globale anche se pochi, davvero pochi, sanno cosa siano) indispensabile come in un romanzo di pirati di Salgari.

E mentre forse il presidente ucraino Zelensky si prepara a cedere la presidenza ad altri, attraverso quelle elezioni a lungo invocate da Mosca e dalla corte dello Zar. Nelle foto a Washington, a Dublino, Londra, Parigi, Roma lo sguardo dell'ex attore ucraino sembra lontano, stanco, consapevole forse che non sarà più possibile riavere i confini del 2014.

Il suo sembra un lungo addio, un addio che non si riesce a pronunciare e che le foto e le strette di mani dei volenterosi rendono certamente più difficile.

Ecco, volenterosi. Quale futuro quindi? Aiuti economici, bellici, milioni e miliardi di dollari, euro che andranno convogliati verdi Kiev e che non possono essere gli asset russi bloccati in Europa per non incorrere un domani in una serie di battaglie legali economicamente sanguinose.

Manca davvero poco, meno di venti giorni ad oggi, al 31 dicembre, all'anno nuovo. Manca poco, si direbbe, "tanto così" ma forse ne manca di più perché ci sono logiche che noi comuni mortali dalla strada, o dai salotti, non riusciamo a vedere più che a capire.

2026, che sarà? Di chi sarà? Chi riuscirà a pronunciare per primo semplicemente "pace"?



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