Immaginiamo il Mare del Nord, al largo delle coste scozzesi;
acque gelide, vento in egual misure dai quattro punti cardinali. Freddo. E poi
un po' più nel dettaglio immaginiamo la superficie bianca, increspata di onde
per nulla amichevoli, piattaforme che sembrano galleggiare sulla superficie di
quel finimondo; piloni che si agganciano alla profondità del mare, acciaio e
cavi, sistemi di pompe idraulico, drenaggio, gabbie metalliche e uomini. Si, proprio
così. Uomini "in mezzo al mar" che vivono sulle piattaforme, che le
gestiscono, le curano facendo una manutenzione straordinaria e straordinaria nelle
modalità in cui avviene lo è davvero. Il vento a queste latitudini è ghiaccio,
sferza e sposta le cose, oggetti e persone. La vita sulle piattaforme al largo
delle coste non è semplice, non è facile anche se il progresso ha permesso
almeno in maniera virtuale di non essere più così isolati dal resto del mondo,
dai propri affetti come lo erano i pionieri. La tecnologia aiuta la vita
professionale, l'approvvigionamento e l'assistenza tecnica e sanitaria, soprattutto
regala attimi di socialità con i propri affetti. Mare del Nord dicevamo, un
crocevia di correnti come sappiamo bene dai tempi dell'educazione scolastica
primaria e cavi sottomarini che si legano a doppia mandata, diventano una cosa
sola.
La Bibby Offshore opera nelle infrastrutture subacquee al largo
della Scozia, al largo della città di Peterhead. Fra i suoi dipendenti ci sono
team di sommozzatori che in quelle acque di ghiaccio si immergono a profondità
che non si pensa possibile raggiungere. Operano in stato di saturazione a 100
metri di profondità sugli impianti di idrocarburi; operano in saturazione per
poter lavorare più a lungo sul fondo. Dopo ogni turno di lavoro i sommozzatori
si sottopongono ad una lunga decompressione, solitamente di 5 giorni. Giorni in
cui lo staff vive letteralmente “sotto le telecamere” in una strana privacy e
respira una miscela di ossigeno ed elio
Il Mare del Nord è un cielo grigio e acque scure, piloni di
acciaio giallo, elicotteri che si alzano in volo dentro venti di ghiaccio; è un
turno di lavoro di 30 giorni, senza giacca e cravatta, senza privacy, a 100
metri di profondità, la stessa profondità dove poi opereranno.
I venti possono toccare i 35 nodi, circa 65 km/h, spinge la
superficie a creare onde scure che raggiungono facilmente i 10 metri di altezza:
questo è il quotidiano nel Mare del Nord. Il 18 settembre 2012 la nave di
supporto Bibby Topaz affronta il mare nelle condizioni sopra descritte. E’ una
nave costruita appositamente per dare supporto alle operazioni subacquee in
saturazione. Le onde alte come palazzi non costituiscono un problema: un sistema
idraulico di propulsori fa si che la nave in caso di onde alte e mare mosso, si
posiziona automaticamente. E tiene in asse la campana subacquea.
Chris è scozzese, ha scelto una professione difficile, una
di quelle che non pensi realmente da fare da bambino se pensi nel dettaglio a
dove dovrai operare. Chris osserva le acque del Mare del Nord ogni giorno, sa
che un giorno toccherà a lui scendere la sotto, vestirsi da palombaro e
immergersi nell’acqua gelida che ti morde la pelle.
Chris Lemons si immergerà con i colleghi Dave Yuasa e Duncan Allock passano dalla camera iperbarica presente sulla Bibby Topaz direttamente nella campana subacquea e da lì raggiungeranno il punto previsto per iniziare la loro opera; opereranno su strutture che trasportano gas e petrolio.
I ruoli sono importanti in ogni azione che compiamo. La manutenzione sulla struttura sottomarina la faranno Chris e Dave mentre Duncan rimarrà all'interno della campana subacquea a controllare che tutto si svolga senza problemi. I due sommozzatori sono legati alla campana con una specie di cordone ombelicale che fornisce loro il necessario per respirare senza problemi sul fondo del mare. Lo stesso cordone ombelicale ha la funzione di dare ai due sommozzatori subacquei assistenza audio e video e acqua calda. Tutti controlli che Duncan svolge da sempre.
Il mare è agitato, un mare grosso, nero che si increspa di schiuma bianca e scuote la Bibby Topaz come mai prima; il posizionamento della nave subisce l'effetto del mare in tempesta. dopo meno di un'ora di intervento sulle condotte petrolifere i sommozzatori vengono richiamati dalla nave per un rientro imprevisto. La nave ha perso il suo posizionamento, colpita dal moto ondoso violento e freddo. E' gelo, ghiaccio in superficie, buio ed acqua torbida nel fondo del mare. Se in superficie il mare è rumore, caos, nel fondo è un caos calmo, torbido, freddo, buio.
Chris e Dave si avvicinano alla campana subacquea cercando di vincere la corrente gelida e nascosta del Mare del Nord; la Bibby Topaz perde il controllo con la campana, perde definitivamente il posizionamento e i due sommozzatori si ritrovano in balia della corrente, della deriva della nave, della corrente sul fondo. Dave riesce ad aggrapparsi al cordone ombelicale e rientra nella campana ancora legata alla nave in superficie.
Chris osserva il tramonto sul mare dal suo punto speciale sulla costiera. Osserva l'acqua immobile del mare accogliere il sole, sembra inghiottirlo, nasconderlo. Vede l'acquerugiola salire dai campi, il fresco della sera scozzese, della costiera. Sente l'aria fresca sul viso, un fresco strano, umido, quasi irrespirabile.
L'estremità del cavo è lontana, inghiottita dalla notte sottomarina, Dave è lontano, la campana ha iniziato la procedura di risalita sulla nave. La nave si agita in superficie, scossa da once alte come palazzi di tre piani.
Un gabbiano vola incontro al sole, l'ultimo volo della sera, verso casa, ovunque essa sia. Chris osserva il volo geometrico del gabbiano quasi a voler dominare l'aria.
Dave e Duncan riprendono i contatti con la nave in superficie, lanciano l'allarme. Chris ha perso i contatti con la campana ed è solo a pochi metri dal fondo del mare. La nave lotta con il mare, con il tempo soprattutto, con la meccanica da riparare, il tempo che sembra non bastare, il mare che sembra rendere vani tutti gli sforzi per recuperare il compagno disperso.
La bombola di bail-out, la bombola di riserva di Chris con cui respirare, viene aperta ma può garantire al ragazzo scozzese dieci minuti di sopravvivenza; Chris come il gabbiano che vola verso il tramonto cerca un punto di riferimento nel buio del Mare del Nord. Lo trova nel tetto della piattaforma subacquea dove stavano lavorando.
Il sommozzatore si adagia sul tetto della superficie, respira piano, si distende su un fianco, è freddo, è gelido come l'inverno che sta arrivando.
Chris saluta la sua ragazza, le manda un bacio con la mano, saluta i compagni di classe. Ha voglia di correre sulla scogliera, di bere una birra, di abbracciarla, ha sonno.
Sul fondo del Mare del Nord perde i sensi.
La nave recupera il posizionamento dinamico e può ritornare sul punto in cui i sommozzatori si sono immersi.
I compagni del sub ridiscendono con il Rov, la campana subacquea, e seguono il rilevatore acustico automatico che ogni sommozzatore porta con sè. E' immobile su un fianco, adagiato sul tetto metallico della piattaforma. Sono passati trenta minuti contro i dieci minuti che il bail-out garantisce: un tempo enorme. E' Dave che ripristinano la fornitura di gas respiratorio a Chris e non senza fatica riporta il compagno all'interno della campana. Tolto il casco al collega inizia la procedura di rianimazione. Chris è freddissimo, cianotico. altrove.
"Ti penserò ogni istante.", chissà quante volte lo avrà ripetuto alla sua ragazza. E il pensiero corre lì, dove il cuore può riprendere a battere e ricomincia a battere davvero. Chris riprende i sensi, osserva Dave sfinito dallo sforzo della rianimazione, sente Duncan parlare con qualcuno: comunica in superficie che il collega è vivo.
Si, vivo.
Vivo e indenne. Incredibilmente senza danni fisici o cerebrali.
Il mare si quieta all'improvviso, le onde calano di intensità, il cielo diventa di un altro colore, dalla scogliera sembra infinito, forse lo è davvero. Chris, Duncan e Dave hanno ripreso le immersioni assieme dopo solo tre settimane.
Forse la pressione parziale di ossigeno presente nella miscela respiratoria ha iper ossigenato i tessuti del sommozzatore; forse l'elevata preparazione fisica di chi svolge un lavoro di una simile difficoltà aveva allenato il fisico del ragazzo; forse la voglia di ritornare a correre sulla scogliera a picco sul Mare del Nord. Tanti fattori, nessuno forse.
Chris oggi sorride e si immerge nuovamente nel suo elemento.
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