Assicurare il Bel paese

Lunedì mattina quasi in coda alla fine del Carnevale.
La considerazione del mattino però non ha il sapore dello scherzo, dell'ironia.
Leggo, ascolto, guardo e mi preoccupo. Perché mi preoccupo?
Perché molte delle cose che leggo, ascolto, guardo sfuggono ad una qualsiasi logica.
Mi viene da chiedere come mai, come mai il mio paese, un tempo nemmeno troppo lontano uno dei paesi con una voce pesante nel mondo, oggi è un paese colpito e ferito nel suo cuore. Colpito in quello che da sempre è il suo fiore all'occhiello, la bellezza della sua natura, del suo paesaggio, di monti, spiagge, coste, borghi.
È colpita da un'emergenza climatica ormai senza confini e senza limiti che lascia dietro di sé ferite nuove per il bel paese di un tempo, ferite che ritornano sempre negli stessi luoghi, ferite che so o schiaffi ad un certo tipo di cultura politico-sociale.
Ascolto, leggo, guardo.
Tornado nel Mediterraneo, mareggiate imponenti che per anni abbiamo visto solo su giornali e TV in luoghi che abbiamo sempre considerato lontani da noi.
Negli stessi giorni però abbiamo visto la montagna franare, strade panoramiche sommerse dai detriti, perle paesaggistiche cadere giù. 
È la pioggia, sempre più esplosiva e torrenziale.
La stessa pioggia che erode costoni di montagna, provoca smottamenti che il più delle volte significano vittime, danni immensi, travolgere e sconvolgere case, vite, esistenze.
Da nord a sud perché se all'inizio erano impressionanti alluvioni, inondazioni di aree geografiche sempre più ampie ora sono frane, il terreno che cede all'acqua ed al vento.
Le immagini delle mareggiate che hanno stravolto il meridione non più tardi di due settimane fa però raccontano oltre l'emergenza climatica che ormai ha ricadute globali. Racconta di un paese non più bello, che ha deturpato il proprio paesaggio costruendo, condonando, fin dove era possibile così da sistemare le coscienze.
Il conto è arrivato dopo e lo paga chi non dovrebbe. Chi ha investito qualche soldo in una attività, una casa, un futuro. 
E a guardare le immagini di ferrovie costruite sulla sabbia non è stato solo il privato a sfruttare il territorio, anzi.
Oggi abbiamo frane che continuano a muoversi, litoranee ricoperte di fango, pianure alluvionate e tutto insieme è un racconto di danni economici, sociali che dovrebbe poter contare sui ristori di uno stato che legislatura dopo legislatura si è impoverito al punto da ipotizzare l'impossibilità di ristorare le persone colpite da una qualsivoglia calamità naturale. Un invito insomma ad assicurarsi, a pagare un ulteriore obolo per vedere tutelato il proprio futuro.

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