La conta dei giorni

La mattina del 4 marzo 2026 le immagini che ci arrivano dalla TV sono tante e poco varie; poco varie perché parlano di guerra, quella che ha rotto i confini del solo Iran e si sta allargando verso altri apparentemente illimitati confini. 
Sono immagini di macerie, di fumo di esplosivo e calcestruzzo, polvere di palazzi che esplodono, di vite che si spezzano, di lacrime da asciugare, ancora e di nuovo.
E sono immagini di turisti e connazionali che piangono stavolta di gioia per il rientro in patria dopo aver visto la morte in faccia e la gioia fa cantare all'unisono l'inno di Mameli, il nostro.
Ci sono in sottofondo fra le macerie di una nuova guerra dubbio, paure, tragici ricorsi e ricordi ad altre guerre.
Il Medio Oriente è una polveriera che esplode ogni giorno in uno spazio nuovo, come se questa guerra preventiva di Netanyahu e Trump fosse un grande e sconclusionato regolamento di conti con i nemici del passato e quelli del presente.
Si muore quindi nei paesi arabi del Golfo, in Iran, in Libano, si colpisce Cipro (che ricordiamo è in Europa), si colpiscono le portaerei della potenze europee come se tutto quanto accaduto in questi primi giorni di guerra fosse pretesto. Pretesto per chiudere un passato difficile.
E immancabili ci sono le dichiarazioni a favore di stampa di guerra e pace, guerra e libertà, guerra e dittatura finite. 
Almeno il premio Nobel è uscito da certi discorsi pomposi.
La realtà nuda e cruda parla di un conflitto che ad oggi si è allargato fino quasi ai confini con l'Afghanistan, che coinvolge gli emiri e gli emirati della penisola araba, che Usa ed Israele sono convinti di avere una specie di carta bianca valida per ogni cosa, ogni azione bellica. La stessa realtà nuda e cruda parla di Francia, Gran Bretagna e Germania coinvolte loro malgrado forse, molto probabilmente sperando in un dopo guerra che li riveda economicamente importanti a Teheran e dintorni.
La realtà però ci dovrebbe spingere a guardare indietro, dentro quella Storia che puntualmente presenta corsi e ricorsi; se dal lato di Tel Aviv è senza dubbio l'ora della resa dei conti in nome di una terra promessa e di promesse proprio da Israele mai mantenute, da parte americana ecco la carta jolly del "ribaltare un regime dittatoriale" a tutti i costi, costi quel che costi. La Storia insegna che i blitz così costruiti, costruendo un colpevole più colpevole di altri da sconfiggere finiscono poi con il rimanere incompleti. E a fare le spese di questa incompletezza è sempre, lo sarà sempre, ieri, oggi, un domani, il popolo che protesta, chiede, muore.
Ai tempi delle guerre del Golfo fu Saddam Hussein, furono i curdi lasciati soli, furono gli iracheni convinti a protestare e ribellarsi e poi lasciati soli a pagare il prezzo della repressione del dittatore.
È tipico americano verrebbe da dire che hanno dimostrato di essere sicuramente l'esercito più forte del mondo ma anche quello che si "va ad impantanare" in teatri di guerra che sono trappole (in ordine sparso Vietnam, Siria, Afghanistan, Iraq).
E l'UE che fa? A parte i tre Grandi citati sopra, la Gran Bretagna comunque non fa parte dell'Unione, tutto tace o quasi. Molto incide l'altrettanto tragica guerra in Ucraina, la sua gestione economica e politica; tace l'Ungheria, tace la Polonia, tacciono i paesi scandinavi e quelli del Benelux (Paesi Bassi, Olanda e Lussemburgo).
Alza la voce e urla il proprio no economico, politico e militare la Spagna per bocca del proprio premier Sanchez. Un'uscita coraggiosa che ha attirato le ire e le minacce commerciali di Trump, mai comunque morbido con gli alleati che esternano il proprio dissenso.
E l'Italia che fa?
Tace e si finge morta verrebbe da dire perché forse non siamo in grado di esprimere una classe politica, di destra e di sinistra, capace di muoversi da protagonisti in uno scenario simile.
La guerra continua anche ora che la giornata avanza, anche domani e chissà per quanti domani ancora.
A Teheran si protesta e la dittatura uccide, reprime, silenzia, trova nuove Guide Supreme.
E con i mezzi meccanici prepare le fosse comuni per le bambine uccise il primo giorno di bombardamenti.

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