Citando l'avvocato Covelli (un grande Garrone nel primo e forse unico "Vacanze di Natale) "...anche questa Pasqua ce la siamo levata..."
Proprio così; via uova di cioccolato avvolti in improbabili scatole, scatolette, carta colorata contenenti sorprese davvero poco sorprendenti. Liberati idealmente in area chili di colombe dai mille gusti, mille farciture, di più le glasse a ricoprirle.
Finito pure quelle.
La ripresa quasi per tutti è a stomaco pieno senza permetterci lo stacco delle tre ore prima di ricominciare.
Pasqua, Pasquetta, lavoro. Nel mio caso Pasqua, lavoro, lavoro in questo esatto ordine. Esattamente.
Per il commercio non esistono più le festività, quelle che fino ad un ventennio fa guardavi bramoso sul calendario e fantasticavi di poterti dedicare a nlmille attività diverse salvo poi fermarti 48 ore sul divano, da tavolo a divano, al massimo da griglia a tavolo e poi divano.
L'alternativa all indigestione è firmare un bel contratto (di qualsiasi forma e tipologia sia chiaro) in qualche azienda appartenente al bellissimo mondo retail e voilà, les jeux sont faits. Non ci sarà più domenica, festivo, Santo Stefano, Pasquetta, Liberazione, Festa del Lavoro (sigh), Repubblica. Nulla di tutto ciò. Nessun pensiero su cosa fare, come passare una bella 24/48 ore in libertà.
I festivi sopra citati si può recarsi appresso il proprio luogo di lavoro armati di Maalox e Brioschi, cercare di togliere dalla bocca il sapore della lasagna cucinata in un tripudio di olio, sugo, besciamella da suocere e mamme palesemente decise ad affrontare il problema della fame nel mondo già dal tinello di casa, sorridere falsamente perché non si veda il reflusso improvviso e rispondere al fuoco di fila di domande dei primi avventori.
Avventori che soprattutto a Santo Stefano e Pasquetta alzano l'età media e ti spungono a farti domande perlomeno curiose: "c'era anche loro a Betlemme quel giorno?", " quel giovedì sera nel giardino dei Getsemani stavano portando le aiuole?".
Ecco, per dire.
Mentre a Pasquetta splende il sole la mia luce è artificiale mentre passo sul lettore in cassa un paio di forbicine ecoenso a che brutta Pasqua il mio cliente ha passato senza potersi tagliare le unghie di mani e piedi.
Passo distratto sul lettore bottiglie di acqua, tutti per forza di cose parenti di suocere e mamme in lotta contro la sete nel mondo, line, un pacchetto di chewing-gum che il reflusso evidentemente è diffuso, forbicine, pacchetti di fazzoletti che signori miei fuori è primavera e i pollini colpiscono con la precisione di un serial killer, salviette umidificate perché poi al ristorante "se non c'è il sapone...".
"...anche questa Pasqua ce la siamo levata...", ma per davvero.
Non c'è nulla di peggio di saper che tutto attorno a te al famigliari e affetti più cari sono a festeggiare e tu invece bevi il primo caffè da una macchinetta, indossi un sorriso che quello si si adatterebbe al giardino dei Getsemani e sopporti soprattutto.
Sopporti la paga del festivo che non ti cambia la vita e capace di venire oltremodo tassata, sopporti le spiegazioni dell'azienda, del marketing che ti dice (a te che lavori nel negozio perché nelle varie sedi, negli head office come si dice oggi, alle 17 30 del prefestivo timbrano e salutano tutti) che "è giusto permettere ai clienti di acquistare quando vogliono". Ecco, ogni commento sarebbe superfluo e segno di censura quindi fra un Maalox e un'eresia si entra nel mood festivo quantomeno cercando di contenere scomunica e condanne.
Meglio una forbicina oggi che le unghie lunghe domani, meglio tenere aperto il negozio nel deserto dei Gobi che concedere una pausa al dipendente. Chiaro quindi che lo stesso dipendente si avvicini alle idee dell'avvocato Covelli, che detesto con rispetto ogni tipo di cliente che varchi la soglia dello store.
All'orizzonte ci rimane il piano ferie, quello si autentica certezza del settore. Di tutto il resto da head office ai sindacati se ne può parlare.
Mentre mi taglio anche io le unghie magari.
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