E io che pensavo che l'estate, rovente e quasi demoniaca, portasse un pò di pace; quel tanto che basta per definirlo quieto vivere. Quella voglia di ritmi blandi, un approccio placido alla vita quotidiana, il sapore di qualcosa che conosci, che sai come va a finire. Insomma, con l'estate a pieno regime la speranza era quella di riuscire a pensare un po' più positivo. Non molto, il minimo, per il quieto vivere appunto. E a giugno, quando l'estate si è presentata tutto quello che pensavo potesse agitare, ravvivare un po' gli anni era il mondiale americano Fifa, un evento così grande e grosso da portare fisiologicamente con sé la polemica e le discussioni e tavole e tavole rotonde. L'illusione dell'estate di giugno, quella ancora acerba anche se ugualmente rovente, era che ci fosse un freno, una tregua almeno, fra i tanti conflitti sparsi nel mondo e in realtà stretti in un angolo di globo compreso fra Ucraina e Yemen. Non poco, affatto. Troppo.
Ci speravo che fosse una estate di concerti, fritto misto, insalata di polipo, panzerotti, in ordine sparso unicamente. Una di quelle che ti porti nello zaino in autunno e poi anche la vigilia di Natale perché ne hai voglia, desiderio, ti fa star bene. Ti fa star bene anche solo pensarlo anche se digrigni i denti davanti al caldo che ti sfinisce di giorno come si notte.
Quell'estate in cui le merci, i container mille colori solcavano i mari senza problemi se non le onde a volte troppo alte da sembrare invalicabili. L'estate in cui per un motivo qualunque il mare nostrum, il Mediterraneo, non regala alla cronaca storie di barconi, sbarchi, corpi che affondano. Un'estate di mare piatto, aperto, accessibile. Sembrava, si.
E pensavo di sorridere al fresco del lago, del fiume, dei boschi ed invece c'è un mondo vicino che brucia, si consuma anche per palese incompetenza umana. Non resta che la macumba per un giorno, due, di pioggia, di quelli che lavano via tutto.
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