Il mondo, visto dalla panchina

Serve un punto di vista particolare, un punto di vista che ti permetta di osservare in orizzontale quasi in modo quadrangolare. Quella particolare prospettiva che ti consente di guardare davanti e dietro, capire ed elaborare tattiche, correttivi, idee, capire pregi e difetti. Serve quindi una panchina.

Panchina. Arredo urbano ormai diffuso in ogni paese o città, giardini pubblici, spazi verdi, gallerie commerciali, spazi di passaggio veloce o meno. E’ un arredo urbano e privato; da colore, movimento ad aiuole, muri altrimenti grigi, strade. La si può trovare dei più svariati colori, materiali, forme. Una panchina può descrivere l’emozione di un appuntamento, l’attesa per qualcosa che deve succedere, un punto chiaro, diretto che ti fa riflettere o strumento di narrazione sdoganato al cinema attraverso le immagini di un film divenuto immortale come “Forrest Gump”. E poi ci sono quelle sportive, da campo da calcio, che erano composte da una serie di tubi di metallo circolari con una struttura in vetroresina o plexiglass che ne garantiva la copertura posteriore e superiore. Oggi al loro posto ci sono quasi ovunque nelle serie professionistiche e semi professionistiche comode poltroncine singole.

Movimento: è un termine tecnico che si usa negli sport di squadra. A volte indica un movimento fisico dell’atleta con la palla, altre senza di essa per affinare tecniche e tattiche offensive e difensive. Solitamente lo indica, lo richiede la figura dell’allenatore da bordo campo, gesticolando, urlando, sgolandosi per far arrivare agli atleti impegnati in un determinato incontro le indicazioni corrette.

L’allenatore, nel caso specifico di calcio, solitamente è un ex calciatore che una volta terminata l’attività agonistica attraverso un corso specifico ottiene il patentino di allenatore dando così inizio ad una seconda carriera sportiva, solitamente molto più lunga per ovvi motivi della precedente. Il primo step, l’esordio avviene allenando le giovanili di un club calcistico, sportivo in generale, quasi sempre quello nelle cui fila si è iniziata la carriera agonistica o quello nel quale si è terminata. La prima panchina quindi.

L’ingresso del vecchio stadio riporta con caratteri cubitali in stile Ventennio il nome del fondatore della birreria cittadina che per vicinanza di locazione ha dato il nome allo stadio: “Ditta Luigi Moretti”, dell’omonima birreria udinese. Lo stadio oggi è un parco urbano che ha ridato vita al vecchio arco di ingresso, polmone verde cittadino ad uso e consumo degli udinesi, ma dal 1920 all’avvento del terremoto che ha sconvolto e stravolto il Friuli nel 1976 è stato teatro delle gesta dell’Udinese, quella che fino all’avvento dell’attuale proprietà Pozzo aveva raggiunto il suo miglior piazzamento nel 1955 con il secondo posto.

Nelle giovanili dell’Udinese che negli anni ’50 disputa il campionato di serie A milita un giovane centrocampista dalla folta chioma nera, lo sguardo che può sembrare pensieroso, che osserva. E’ il 1957 quando contro la squadra del Milan il giovane centrocampista diventa sa tutti gli effetti un calciatore professionista. Osservando il gioco da in mezzo al prato, laddove si decidono strategia, giocate e risultati. Osservando, giocando la palla tenendo alta la testa il giovane centrocampista lascia Udine, lo stadio Moretti per proseguire in altri club, in altre città anche più blasonate e ricche di storia e trofei; indosserà la maglia della Lazio nella capitale, del Genoa nel capoluogo ligure e quella rossonera del Milan. Toccherà altre città che soprattutto negli anni ’60 e ’70 erano rilevanti nel panorama calcistico nazionale come Brescia e Trieste per concludere il suo personale tour calcistico nuovamente ad Udine, allo stadio Moretti, stavolta con più gare nelle gambe e nella testa e qualche trofeo in bacheca. A carriera conclusa il passaggio da centrocampista ad allenatore è naturale. E sarà collaboratore della prima squadra. La categoria non è più quella di un tempo, è addirittura serie C ma idee ed intenzioni sono forse maggiori a quelle degli esordi da calciatore. In attesa di conseguire il patentino attraverso il supercorso si sposta su altre panchine con alterne fortune. La svolta positiva arriva con il ritorno ad Udine nel 1977, su di una panchina che ben conosce sia pur in uno stadio nuovo, post terremoto, il Friuli.

Sotto il grande leccio che delimita la piazzetta rivestita di sampietrini ci sono due panchine con le assi di legno scuro montate su una struttura di ferro battuto anticata artigianalmente. Le frasche larghe e basse dell’albero regalano praticamente ad ogni ora del giorno uno spicchio di ombra d’estate e un ristoro d’inverno; come tante cose ed elementi del mondo anche le due panchine sotto il leccio hanno il loro ritmo di occupanti, quasi che questi ultimi fossero stagioni. A fianco delle panchine scorre una delle rogge  della città, ruscelli più che fiumi che giocano con l’urbanistica e l’idrologia interrandosi per lunghi tratti salvo poi riapparire fra case e palazzi, negozi e case in pieno stile Liberty. La roggia scorre di fianco alla galleria storica del centro città,  gioiello architettonico del 1900; l’ingresso che si trova di fronte al leccio è un arco di pietra grigia, impreziosito da una cancellata a due ante in ferro battuto nero. Indifferentemente su quale delle due panchine ci si sieda guardando la galleria si noterà un continuo via vai  di persone di tutte le età. Alcuni camminano pigri, altri più veloci che sembrano non avere tempo, altri sicuri e seri come atleti pronti alla sfida all’uscita dagli spogliatoi.

Sono in fila, uno dietro l’altro; davanti il capitano poi via via il portiere e gli altri nove componenti la squadra, la propria e quella avversaria. Si dice che “escono dal tunnel degli spogliatoi”. Escono, ci rientrano, in fila, uno a fianco l’altro. Alcune volte l’allenatore li osserva dalla panchina, seduto, in attesa, sempre con lo sguardo pensante e pensieroso. Osserva anche quando le segue e magari sul terreno di gioco entra per ultimo. Oggi il centrocampista di un tempo indossa un abito elegante nero con la cravatta e la chioma rimasta folta si sta colorando di bianco.

Dalla panchina sotto il leccio, quella più esterna che guarda la strada che conduce fuori dal centro storico, un signore ottantenne con la folta chioma color argento osserva attento e commenta qualcosa a voce bassa. Sembra austero ma il viso gli si illumina quando qualcuno lo saluta, quando si siede vicino. Osserva ora l’ingresso della galleria ora la strada, il semaforo, uno dei tanti ristoranti attorno il grande leccio. Dalla panchina si sentono le urla degli avversari, le urla dei giocatori, soprattutto il boato del pubblico che per sua natura non è sempre dalla propria parte. Fa parte del gioco ma a volte si scorda che appunto è un gioco, sport. Le urla arrivano addosso al mister come un rombo di tuono. L’allenatore fresco di Supercorso (il corso organizzato dalla FGIC per fornire i futuri allenatori del necessario patentino) attorniato dal calore della sua gente vince, non un solo anno, ma due, tre. In due anni riporta l’Udinese dalla serie C con il corollario di due trofei minori messi in bacheca. Sarà l’aria di casa, il conoscere il club, il presidente, i tifosi soprattutto. C’è in tutte le storie un però. Un momento in cui ci sono decisioni anche poco simpatiche da prendere; si deve valutare il distacco, il cambiare per rispondere anche alle legittime aspirazioni.

Una coppia entra in galleria, si tiene la mano, il signore seduto sotto il leccio osserva, sorride, annuisce come davanti ad un’azione ben riuscita, al colpo del campione che ti cambia il risultato. Parla fra se e se, prende appunti invisibili muovendo dolcemente il capo. Lo piega con dolcezza a destra, accompagnando il gesto con un movimento leggero del tronco. Si riporta in posizione diritta poi si gira verso sinistra, scatta la luce verde dal semaforo, le auto ricominciano a passare. Come i ricordi nella testa del mister che osserva ancora l’ingresso della galleria, l’arco di pietra, non trova la scritta “Ditta Luigi Moretti”, pensa che magari campeggia nell’altro ingresso. Scuote la testa, alza lo sguardo, sorride, saluta, osserva il grande orologio Solari sul piazzale. Il tramonto sta iniziando pigro e caldo.

Il leccio proietta la sua ombra più lontano, la panchina è vuota, c’è un’ombra lunga che si sta allontanando in galleria, cammina lenta un solo passo più indietro del signore con la folta chioma color argento. Camminano piano come se volessero assaporare il ritmo della città, i suoi colori, i suoi profumi. Lontane si sentono delle voci, sembrano quasi grida, sembrano cori, urlano un nome, lo stesso che campeggia sul palazzo posto di fronte al plateatico del salotto buono della città. Sono cori e sono cori di festa perché alla fine di tutto fra le imprese positive e quelle negative nei ricordi prevalgono sempre le prime che lasciano addosso a chiunque ne abbia fatto parte la dolcezza della vittoria, del bel gesto.

Il sorriso è dolce, la camminata lenta, rilassata. I ricordi sono tanti, dolci, gli occhi vispi, di quelli che ancora cercano il guizzo, il colpo del campione. Osserva felice la città che si muove. 


Commenti