Green Boots

Dorme. Forse ancora sogna. Riposa.
Disteso su un fianco forse nemmeno lui sa dove si è rifugiato per riposare. Resta disteso sul fianco sinistro, nel silenzio.
Nel silenzio ovattato e rabbioso del suo giaciglio che nel tempo è mutato, è cambiato, è diventato punto di riferimento.
Riferimento posizionato a due passi dal cielo, dalle nuvole che cadono basse, violente sulle rocce circostanti.
L'altimetro segna 8500 metri sul livello del mare, sulla via principale per raggiungere il cielo a nord est.
Nord est che significa anche cresta orientale del monte Everest, cima del mondo.
Il monte Everest è oggi considerato la vetta del mondo, il punto più alto della catena montuosa dell'Himalaya, al confine fra Nepal e Cina. Everest che fa parte con la sua magnificenza delle Sette vette del pianeta, che è gioia e tormento di ogni scalatore professionista e non. 
Per arrivare sulla sommità l'ascensione prevede una serie di pareti da scalare; c'è una via standard da sud in territorio nepalese o da nord, nel Tibet.
Ora riposa. In un angolo del suo anfratto roccioso. Rimane disteso su un fianco, anche quando il vento ruggisce addosso. Morde, ferisce.
E' un vento di ghiaccio, di lame e pugni su tutto il corpo; sposta feroce le rocce, il ghiaccio, seracchi, confini, tende, barriere.
Sposta quello che l'uomo, lo scalatore. lascia a testimoniare in modo incivile la propria gloria, il raggiungimento del proprio scopo.
Non deve mai essere stato facile dominare il monte Everest che non gioca sempre corretto; getta al vento tende, corde, chiodi, non guarda chi è uomo e chi è donna. Colpisce, travolge, offre pochi ripari.
Nel 1996 la montagna ha chiesto il suo tributo come mai prima in quello che è conosciuto come il disastro dell'Everest. 
Anche l'ascesa alle vette himalayane hanno un costo, non basta essere appassionati scalatori, affascinati da cime, creste, campo base. Serve anche denaro, molto. 
Gli americani da sempre organizzano costose spedizioni in Himalaya quasi tutte destinate a ricchi personaggi, anche nel 1996 fu così. I campi base posti lungo i versanti della montagna ad altitudini diverse negli anni si sono moltiplicati creando un disegno di punti colorati nella neve e lunghe code per le ascese (vedi anche "Ritorno dagli Ottomila" nello stesso blog https://lapennaeilcuore.blogspot.com/2025/08/ritorno-dagli-ottomila.html ).
Anche se preparati, attrezzati con le migliori attrezzature sul mercato l'Everest ha sempre trovato il modo di vincere, di mettere l'uomo, qualsiasi uomo, spalle al muro, davanti le proprie difficoltà.
E successe anche nel 1996 che la montagna si ribellò, oltre il mal di montagna che sovente colpisce gli alpinisti (quando l'organismo ad un certo punto non si adatta più alle grandi altitudini), oltre le cascate di ghiaccio (i seracchi) che sorprendono di giorno come di notte.
E' la montagna che ricorda che esiste per essere ammirata e rispettata non dominata.
I soccorsi solitamente partono dal Tibet, dal versante indiano e sono sempre composte da alpinisti professionisti, inquadrati nei corpi di polizia. Si preparano e partono sfidando lo stesso vento, lo stesso ghiaccio, gli stessi pugni degli alpinisti in difficoltà.
Dorme nel suo anfratto roccioso. Dorme con la testa quasi immersa nelle rocce che lo circondano, nel silenzio di un mondo che attorno va veloce. Riposa sul fianco sinistro.
Nel 1996 anche le spedizioni partite dal versante indo-tibetano pagarono un dazio pesante al monte Everest. Il maltempo rabbioso che avevano falcidiato le due spedizioni americane chiede il proprio tributo anche ai soccorritori.
Indossi un giubbotto rosso, pantaloni azzurri come il cielo e scarponi da montagna verdi fluorescenti che nel bianco della montagna si vedono sempre.
Riposa fra le rocce del suo anfratto, gli scarponi un pò più avanti della testa, disteso su un fianco.
Chi è?
Un alpinista, un uomo. E questo è quanto è dato sapere ad oggi. Il nome è, potrebbe essere, Tsewang Palijor, poliziotto indiano, fra i primi a salire sull'Everest in soccorso degli alpinisti coinvolti nel disastro. E' il suo lavoro, è un ambiente familiare.
E' forse Lance Naik Dorje Morup, altro soccorritore.  Altra persona che per salvare alpinisti in difficoltà mette a repentaglio la propria vita.
La tempesta non risparmia nessuno, alpinisti e soccorritori e passa, cessa, il tempo necessario perchè le spedizioni e i superstiti scendano ai campi base, agli elicotteri e riprendano la via di casa. E del ricordo.
In un anfratto roccioso si stende su un fianco, forse è stremato, forse il freddo è qualcosa di mai sentito prima: ti entra nelle ossa e rimane a morderti da dentro. si rannicchia su se stesso quando le spedizioni sono già lontane e la notte arriva. Arriva con la neve, con il vento, rimane disteso nell'anfratto roccioso e dorme.
Ora dorme, da sempre. 
Dorme Tsewang, che in una foto scattata al campo base prima di iniziare l'ascesa di salvataggio indossa scarponi verdi di marca Koflach, dorme anche Dorje Morup. E con loro due dormono anche oltre duecento alpinisti vinti dalla montagna più alta del mondo. 
Dorme al riparo del suo anfratto la persona conosciuto a tutti gli alpinisti che si approcciano al monte Everest, "Green Boots", scarponi verdi. Come quelli di marca Koflach appunto.
E' rimasto visibile per tanti anni lungo le vie di ascensione alla vetta quasi fosse un cartello stradale. E' rimasto visibile a tutti, continuando a modo suo a vivere nelle scalate altrui. 
Nel 2006 l'alpinista britannico Sharp viene ritrovato in gravissimo stato di ipotermia nella grotta di green boots; il soccorritore Mark Inglis deve però abbandonarlo in quanto non in grado di soccorrerlo. Tre giorni dopo Sharp muore di freddo e, visto da altre spedizioni erroneamente viene scambiato per green boots.
Dorme, il sonno dei giusti finalmente, dal 2014 il suo giaciglio non teme più il vento e la pioggia ghiacciata: una spedizione cinese che aveva lo scopo di riportare a valle alcuni cadavere lo copre con delle rocce, dandogli qualcosa di simile ad una degna sepoltura.
Green boots oggi è una croce su una mappa, un nome fittizio per un corpo vero. Corpo che continua a vivere nelle storie di montagna legate all'Everest suo malgrado.


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